LEGGO IL TESTO
Dal Vangelo secondo Luca 12, 13-21
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Liturgia della Parola: https://www.lachiesa.it/calendario/20250608.html
MI LASCIO ACCOMPAGNARE NELLA MEDITAZIONE
Troppe volte, leggendo questi passi o passi simili a quelli offerti dalla liturgia della Parola di questa domenica, assumiamo l’atteggiamento semplicistico di chi, con un fare ai limiti dell’ipocrisia, condanna la ricchezza materiale e idolatra la povertà, come se Gesù avesse fatto altrettanto.
Al contrario, la strada sulla quale la Parola di Dio vuole condurci è molto più impervia e, a tratti, difficile da sostenere, perché non riguarda la superficie delle cose, ma la nostra interiorità più profonda, il nostro modo di pensare e di agire e, in definitiva, il nostro cuore.
Il Signore non chiede manifestazioni folcloristiche a chi è sceglie di seguirlo sulla strada della conversione. Chiede, al contrario, di lavorare sul cuore e, quindi, di orientare pensieri e desideri. Domanda, in sostanza, un cambio di mentalità, da cui senz’altro può derivare un diverso stile di vita.
San Paolo lo afferma espressamente nella seconda lettura tratta dalla Lettera ai Colossesi: “vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato”.
È interessante notare come Paolo associ i verbi “svestirsi” e “rivestirsi” non ad abiti e indumenti (che rappresentano l’esteriorità), bensì al concetto di “umanità”. La conversione che ci è richiesta, allora, non deve essere superficiale, ma integrale. Deve interessare, prima di tutto, la nostra interiorità, il nostro modo di pensare, e, dunque, il nostro modo di essere uomini e donne, la nostra umanità.
Il filo conduttore delle letture, dunque, lungi dall’essere la contrapposizione tra ricchezza e povertà, può ravvisarsi, invece, nell’atteggiamento, nella mentalità, nel modo con cui ci rapportiamo alle cose create e che ci sono state donate. Un atteggiamento, una mentalità, un modo di relazionarci alle cose terrene che dice tutto dello stato del nostro cuore e anche della nostra vita.
La prima lettura, tratta dal libro del Qoèlet, rileva un dato oggettivo che spesso cogliamo nel nostro quotidiano, ma che puntualmente non prendiamo davvero sul serio: nonostante ci adoperiamo “con sapienza, con scienza e con successo”, dovremo prima o poi “lasciare la [nostra] parte a un altro che non vi ha per nulla faticato”!
Già questo basterebbe per cambiare rotta! La consapevolezza della finitezza delle cose del mondo dovrebbe già di per sé indurre a non legare ad esse il cuore e a non far dipendere da esse la vita. È interessante il riferimento della pagina del Qoèlet al “cuore”: “quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole?”.
Quel cuore stanco, affaticato, sopraffatto dalla costante dipendenza del benessere e della felicità da ciò che si “possiede” è destinato a reclinarsi sui calcoli, ad accasciarsi sui sicuri fallimenti, ad addormentarsi quando si pensa di avere ormai tutto. Insomma, è il cuore di un morto o, almeno, di un moribondo! “Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!”.
La pagina del Vangelo di Luca scende più in profondità e narra di un uomo che si rivolge a Gesù affinché Egli, con la Sua autorità, chieda al proprio fratello di dividere con lui l’eredità.
Senza entrare nel merito della questione giuridica, interessa, invece, la parabola che ne consegue. Gesù racconta di una campagna, appartenente ad un uomo di per sé già ricco, che aveva dato un buon raccolto. Racconta della preoccupazione dell’uomo ricco di trovare una sistemazione per l’abbondante raccolto. E indica la soluzione che l’uomo ricco aveva trovato: “Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni”.
Anche in questo caso, un cuore preoccupato e affannato!
È interessante notare che l’immediata reazione dell’uomo ricco della parabola, sicuro di aver accumulato più di quanto sperava, è un desiderio di riposo, di anestetizzazione, di sonno, di morte: “Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia”.
Ma ecco che interviene, con una forza che potremmo definire “demolitrice”, il Creatore che, rivolgendosi all’uomo, dice: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?”.
La contrapposizione non è, dunque, tra la ricchezza accumulata e la possibile povertà a cui l’uomo ricco poteva tendere. La contrapposizione è, invece, tra la vita vera e quel cuore legato ai beni accumulati che quella vita aveva spento. Perché, in fin dei conti, la vita che l’uomo ricco aveva fatto dipendere dai suoi molti averi si sarebbe consumata con essi.
Non una condanna della ricchezza, dunque, ma una condanna dell’uso che della stessa l’uomo ricco aveva deciso di fare. Si giustifica, così, l’affermazione iniziale di Gesù: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni”.
Per cosa/Chi affatichiamo il nostro cuore? A cosa/Chi puntiamo? Da cosa/Chi facciamo dipendere la nostra esistenza?
Sono questi gli interrogativi profondi che le pagine della Sacra Scrittura ci consegnano oggi per spronarci a morire a certi desideri, modi di relazionarci, modi di fare, per essere trasfigurati, redenti, risorti!
“Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”.
È questo uomo stanco, affaticato, dormiente, dipendente, possessivo e, dunque, “vecchio” che si deve far morire perché la vita seminata in noi possa continuare! Il Signore non vuole discepoli ripiegati sui propri affanni e sulle proprie preoccupazioni legate alle cose della terra! Non vuole discepoli sfiancati! Ci vuole vivi!
Chiediamo al Signore di avere la forza e il coraggio di seguirlo su questa strada che tocca le corde profonde della nostra interiorità, sicuri che, se donata a Lui, la nostra vita sarà trasfigurata e redenta e con Lui sperimenteremo la risurrezione.
di Mattia Arleo
ESERCIZIO PER L’ANIMA
Per cosa/Chi affatichiamo il nostro cuore?
A cosa/Chi puntiamo?
Da cosa/Chi facciamo dipendere la nostra esistenza?
PREGHIERA
Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.
Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.
Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.
Salmo 89