LEGGO IL TESTO
Dal Vangelo secondo Luca 18,9-14
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Liturgia della Parola: https://www.lachiesa.it/calendario/20251026.html
MI LASCIO ACCOMPAGNARE NELLA MEDITAZIONE
Vale più ciò che facciamo, la considerazione che abbiamo di noi, che altri hanno di noi o ciò che il nostro cuore cerca davvero? Ciò che facciamo dipende da una scelta del cuore?
Sono questi gli interrogativi che fungono da filo conduttore dei passi biblici della Liturgia della Parola di questa domenica.
Il brano tratto da Libro del Siracide ci presenta un Dio che “non trascura la supplica dell’orfano,
né la vedova, quando si sfoga nel lamento”. È interessante notare che oppressi, orfani e vedove erano considerati, nei tempi antichi, i reietti per eccellenza. Eppure, alla considerazione sociale destinata a tali persone si contrappone l’attenzione amorevole di Dio che “non desiste […] finché non sia intervenuto
e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”.
Potremmo già chiederci per quale motivo un povero, un peccatore, un reietto attira più facilmente l’attenzione di Dio. E la risposta non può che rintracciarsi, come sempre, nel cuore che è ciò che davvero interessa al Creatore.
Egli, infatti, più che alle pratiche esteriori che sono spesso manifestazione di una religiosità ormai vuota, guarda al cuore. Se il cuore Lo cerca, Egli risponde. E quanto più il cuore si manifesta consapevole delle proprie fragilità, della propria insufficienza, quanto più si libera di inutili orpelli, tanto più è in grado di aprirsi a Dio e di consentire a Dio di invaderlo.
È la ragione per la quale, sempre nella prima lettura, sta scritto: “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata”.
Lo si è ripetuto anche con il Salmo: “Il povero grida e il Signore lo ascolta”!
E la “preghiera del povero” deve essere intesa come preghiera che prorompe da un cuore semplice e umile.
La pagina del Vangelo di Luca, quindi, ci propone una riflessione su due opposti atteggiamenti, incarnati nelle figure del pubblicano e del fariseo. Si tratta di atteggiamenti che si alternano, spesso, anche nel nostro relazionarci con Dio e con i fratelli.
Tante volte, infatti, più che parlare di ciò che siamo davvero e di ciò che davvero il nostro cuore cerca, ci nascondiamo dietro ciò che facciamo, dietro i compiti che siamo chiamati a svolgere, dietro le opere buone compiute. E, spesso, ci lamentiamo anche del fatto che, nonostante il bene compiuto, non ci venga riconosciuto quanto pretendiamo.
Poche volte, invece, mettiamo a nudo il nostro cuore e lo rendiamo “povero” per affermare ciò che siamo davvero: uomini e donne fragili e bisognosi costantemente della misericordia di Dio.
Ai tempi di Gesù, chi svolgeva la funzione di pubblicano era accompagnato da una cattiva fama, in quanto visto come “traditore” del popolo di appartenenza e dedito ad abusi.
Il fariseo, invece, si distingueva per il suo accentuato rigore etico, per uno scrupoloso formalismo nell’osservanza della Legge di Mosè. La fama che accompagnava i pubblicani era buona: essi erano visti come uomini “rispettosi della Legge”.
Tanto il pubblicano quanto il fariseo dovevano “subire”, pertanto, un “giudizio” legato più alla esteriorità dei loro compiti che alla interiorità del loro animo.
Il passo tratto dal Vangelo di Luca mette ben in evidenza tale dato, accompagnato da un paradosso: può esistere un pubblicano che, nonostante i suoi tradimenti e le sue fragilità, sia “giusto”? Può esistere, all’inverso, un fariseo che, nonostante la sua rigorosa osservanza della Legge, torna a casa dalla preghiera senza essere “giustificato”?
Questo paradosso non poteva che essere sollevato da Gesù che non guarda alle apparenze e alla esteriorità delle cose ma al cuore.
Il cuore umile e povero del pubblicano, perseguitato da una ingiusta considerazione nella comunità di appartenenza, è consapevole delle proprie fragilità, le sperimenta ogni giorno, fa i conti con il dolore dei propri peccati, ha contezza della propria insufficienza e, dunque, non ha nulla da mettere dinanzi al Signore se non una richiesta di perdono: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Il cuore del pubblicano, dunque, dice ciò che egli è e ciò che desidera: egli è un peccatore che ha bisogno di Dio e della sua misericordia.
Il cuore superbo del fariseo, invece, forte della buona considerazione nel popolo e sicuro della propria adesione formale ai precetti di Dio, nasconde sé stesso e fa emergere esclusivamente quelle pratiche esteriori che, tuttavia, non consentono di aprire interrogativi su una vera e profonda adesione alla volontà di Dio. “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il cuore del fariseo, dunque, dicendo ciò che egli fa o non fa non dice però ciò che egli è davvero e ciò che egli davvero cerca.
Gesù vuole educarci ad un metodo diverso. Per Lui non contano tanto le apparenze, ma una profonda, consapevole e responsabile adesione al suo volere che passa necessariamente attraverso una umile ammissione di ciò che siamo: creature fragili e sempre bisognose della Sua grazia.
E la Sua grazia, quando umilmente ne avvertiamo il bisogno, precede sempre le nostre richieste, nonostante le nostre opere buone che, seppur necessarie, non sono sufficienti e, addirittura, nonostante le nostre opere cattive.
Difatti, nel Vangelo, Gesù non fa dipendere l’efficacia della preghiera del pubblicano e l’inefficacia della preghiera del fariseo dalle loro opere, ma dal loro cuore.
Ecco, allora, anche la bella testimonianza di San Paolo che non si cura del giudizio degli uomini e del fatto che, come un reietto, “tutti lo hanno abbandonato”, perché sa che il suo cuore ha cercato il volto del Signore e, avendolo trovato, gli dà il coraggio di affrontare anche la morte. Come sigillo di una certezza conseguita, l’Apostolo scriverà la magnifica espressione: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”.
Anche noi, dunque, siamo chiamati a far parlare più il cuore che le opere, consapevoli che un cuore che cerca con insistenza Dio genererà anche opere buone perché sarà da Lui visitato, toccato, curato e redento.
di Mattia Arleo
ESERCIZIO PER L’ANIMA
Siamo disposti, in questa settimana, a non lasciarci prendere dalla frenesia delle nostre opere e a concentrarci, invece, sul cuore per comprendere se nella nostra quotidianità e in ciò che facciamo cerchiamo davvero il volto del Signore?
PREGHIERA
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.
Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce.
Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia.
Salmo 33