LEGGO IL TESTO
Dal Vangelo secondo Matteo 11,2-11
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
Liturgia della Parola: https://www.lachiesa.it/calendario/20251214.html
MI LASCIO ACCOMPAGNARE NELLA MEDITAZIONE
“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”
È la domanda che l’evangelista Matteo pone sulle labbra di Giovanni il Battista che sta sperimentando la durezza del carcere.
È una domanda che diviene centrale anche nella nostra esperienza di fede.
Quante volte, infatti, si affacciano, anche nelle nostre vite, momenti di stanchezza, delusione, dolore, e ci interroghiamo sulla necessità di relazionarci con questo Gesù di cui sentiamo parlare!
Quella domanda del Battista potrebbe suonare anche così: “Signore, ho davvero bisogno di te? O conviene che mi rivolga ad altri?”.
Si tratta del dubbio che sorge in noi quando, come Giovanni, viviamo l’esperienza delle nostre carceri, l’esperienza del peccato, l’esperienza del deserto interiore.
È la domanda che sgorga dal nostro cuore quando pretendiamo che ai nostri problemi, alle nostre difficoltà, al senso del nostro essere e del nostro esistere debba essere offerta una risposta immediata e in linea con le nostre aspettative.
San Giacomo, nel passo della seconda lettura, scrive: “Siate costanti. […] Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge”.
In un’epoca in cui tutto è alla portata di mano e in cui regna la frenesia del tutto e subito, la costanza dell’agricoltore che, con pazienza, attende le prime e le ultime piogge al fine di contemplare il germoglio che spunterà dalla terra prima arida e poi fecondata, è un atteggiamento anacronistico.
Eppure, dobbiamo rieducarci alla costanza e all’attesa. In una parola: alla pazienza!
Carlo Carretto scriveva: “Ci vuole pazienza ad attraversare il deserto; ci vuole impegno nella purificazione che il deserto ci procura”.
Ecco, i deserti della nostra esistenza, soprattutto quelli generati dal peccato, ci sono necessari per tornare all’essenziale che, in fin dei conti, è il primo ed imprescindibile passo per comprendere chi siamo davvero e a cosa siamo chiamati.
Imbrigliati nei nostri ragionamenti, incatenati alle nostre strutture mentali, schiavi del nostro egoismo che cerchiamo di giustificare in tutti i modi, perdiamo di vista l’Essenza di tutto o, meglio, perdiamo la vista sull’Essenza di tutto.
Ci muoviamo come ciechi che non sanno quale direzione dare alla propria vita, come zoppi che non sanno trovare un equilibrio, come lebbrosi che si emarginano, come sordi che non riescono più ad ascoltare l’Altro. In sostanza, quando ci lasciamo sopraffare da noi stessi, con la pretesa di dirigere da noi la nostra esistenza senza avvertire il bisogno di aprirci all’Altro e all’Alto, ci scaviamo la fossa in cui riporre la nostra vita ormai priva di vitalità.
Al contrario, come scriveva sempre Carlo Carretto: “Deserto significa innanzi tutto «abbandonare». Sì, abbandonare le sciocchezze con cui abbiamo voluto costruire la nostra povera esistenza; abbandonare le nostre idee a cui eravamo così cocciutamente legati; abbandonare soprattutto un atteggiamento nostro davanti al cielo ed alla terra ed espresso così: «Avevo ragione! Vedrete che avevo ragione!». No, per giungere alla contemplazione del volto di Dio bisogna proprio perdere la ragione. E non solo l’idea di aver avuto ragione, ma la ragione stessa! Finché tu ragionerai, non sarai pronto alla visione di Dio. È per questo che la contemplazione comincia quando tu non mediti più, non interroghi più ma… ti lasci fare”.
Attraversare i nostri deserti con la pazienza dell’agricoltore, per abbandonare ciò che ostacola il nostro sguardo sull’Essenziale significa, quindi, recuperare una nuova vista.
E Gesù, rispondendo a quell’interrogativo posto da Giovanni il Battista, dice proprio questo: “I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”.
Se piuttosto che “farci” da noi, ci “lasciamo fare” da Lui, allora, come è scritto nel passo tratto dal Libro del Profeta Isaia, i nostri deserti e le nostre terre aride si rallegreranno, la steppa fiorirà, cesserà la tristezza e si canterà con gioia e con giubilo.
Ricordiamo sempre, soprattutto nei momenti più angoscianti e bui della nostra vita, che il Signore ci offre sempre “un sentiero e una strada”, la “via santa”.
Questa via riusciremo a percorrerla solo se capaci di Abba-ndonarci, ossia di gettarci con fiducia nelle braccia del Padre, con estrema semplicità, come facevamo da bambini. Quanto più ci libereremo dalle sciocchezze con cui abbiamo voluto costruire la nostra esistenza, dalle nostre idee a cui siamo così cocciutamente legati, tanto più riusciremo ad intravedere Lui, il nostro Creatore, all’opera nella nostra vita. Perché, con Lui, “si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. […] lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto”, e allora: “felicità perenne splenderà sul nostro capo; gioia e felicità ci seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”.
“Signore, ho davvero bisogno di te? O conviene che mi rivolga ad altri?”. “Sì, ho proprio bisogno di Te. Per essere davvero libero e felice ho bisogno di lasciarmi fare da Te! E, allora, vieni Signore. Vieni a “farmi”; vieni a salvarmi!”.
di Mattia Arleo
ESERCIZIO PER L’ANIMA
In questa settimana provo ad abbandonare i grandi o piccoli atteggiamenti possessivi e di controllo sulla mia vita e sulle mie relazioni. Provo a “lasciarmi fare” dal Signore.
PREGHIERA
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
Salmo 145