LEGGO IL TESTO
Dal Vangelo secondo Giovanni 3,13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Liturgia della Parola: https://www.lachiesa.it/calendario/20250914.html
MI LASCIO ACCOMPAGNARE NELLA MEDITAZIONE
Il passo tratto dal Libro dei Numeri fa insorgere un sentimento di disappunto. Disappunto per gli israeliti che, liberati dalla schiavitù d’Egitto, assumono un atteggiamento di “lamentela” nei confronti del Dio liberatore.
Eppure, l’insicurezza davanti alla libertà conquistata accomuna il popolo ebraico che sta attraversando il deserto e noi. Non possiamo negarlo: anche noi abbiamo bisogno di continue conferme sul nostro futuro, soprattutto quando navighiamo nel mare della precarietà e dell’incertezza!
Anche noi, come il popolo di Israele, quando ci troviamo a fare i conti con la libertà, spesso non sappiamo cosa farcene. Le paure ci paralizzano e iniziamo a lamentarci, a provare una certa nostalgia per i dominatori del passato. E quante volte, invece di procedere nel cammino, ci arrendiamo, torniamo indietro e riconsegniamo le nostre esistenze nelle mani di un “padrone” di turno!
Liberati dalla logica del dominio, su sé stessi e sugli altri, è difficile per gli israeliti fidarsi e affidarsi. Lo è anche per noi, quando prendiamo contezza della impossibilità di esercitare un controllo capillare sulla nostra esistenza e su quella di chi ci circonda, sulle relazioni, sulle esperienze che siamo chiamati a vivere.
Se ci fermassimo alla sola narrazione dei fatti storici, saremmo dunque superbi nel giudicare negativamente la protesta del popolo di Israele, considerato che, se ci fossimo trovati a vivere quegli stessi fatti, probabilmente avremmo reagito allo stesso modo, se non peggio.
Gli israeliti stanno facendo esperienza di una libertà ottenuta a caro prezzo. La stanno toccando con mano! A questa libertà si addice il deserto e tutti i rischi e le paure che esso comporta. Si tratta, a ben vedere, di una libertà non tanto dalla schiavitù egiziana, quanto da un vecchio modo di vivere e concepire l’esistenza.
Il popolo di Israele preferiva, forse, essere dominato piuttosto che accettare il rischio di vivere pienamente la libertà donata dal Creatore; probabilmente perché, oltre che rischiosa, essa appariva anche faticosa, fragile, non pienamente in linea con la sete di appagamento delle pulsioni umane.
La libertà, inoltre, richiede responsabilità, nei confronti di sé stessi e nei confronti degli altri. È più facile per tutti, quindi, lasciarsi dominare piuttosto che “governare” con sapienza la propria vita e le proprie relazioni.
Ecco, allora, il significato dei “serpenti” che null’altro rappresentano se non le paure, le fragilità e, in fin dei conti, l’umanità che è chiamata a responsabilizzarsi e a giocare la partita della libertà conquistata.
San Paolo scrive: «voi, che pur siete saggi, sopportate facilmente gli stolti. In realtà sopportate chi vi riduce in servitù, chi vi divora, chi vi sfrutta, chi è arrogante, chi vi colpisce in faccia. Lo dico con vergogna: come siamo stati deboli!» (2 Cor, 11, 7-29).
Siamo proprio noi! Preferiamo chi e ciò che ci riduce in schiavitù piuttosto che assumerci la dura responsabilità della nostra libertà. Preferiamo la prigione delle nostre “passioni ingannevoli” al deserto liberante.
È un atteggiamento comprensibile, ma che porta con sé il ritorno costante della fame, della insoddisfazione, della insufficienza e, quindi, della insicurezza.
È ancor più comprensibile se si considera che liberarsi da quella prigione significa far cadere tanti orpelli esistenziali, abbandonare ciò che appesantisce la vita, rinunciare a molte cose che ci hanno appagato fino a quel momento. In sostanza, si tratta di intraprendere un cammino che ci riconsegna alla nostra nudità “originaria” e “originale”.
Il Signore – che ci libera sempre – non ci lascia in preda ai nostri tormenti, non ci abbandona alla sensazione di sconfitta che può derivare dalla consapevolezza delle nostre fragilità e dei nostri errori! Non ci abbandona ai nostri deserti e ai serpenti che vi incontriamo!
Egli manda a noi il Suo unigenito Figlio. Questi “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini”.
Gesù è innalzato per tutti sulla Croce, come Mosè ha innalzato il serpente nel deserto. Tuttavia, se il rimedio del serpente di bronzo aveva consentito agli israeliti di guardare in faccia le loro paure e di superarle per continuare il lungo cammino nel deserto, la Croce su cui viene innalzato Cristo è la vittoria definitiva sui fallimenti umani, la porta che si apre sulla vita eterna!
Guardando a quella Croce, ogni paura viene sconfitta, ogni errore e ogni fragilità sfumano e la strada verso la salvezza è aperta a tutti!
A noi spetta alzare lo sguardo, spostarlo dai nostri timori – che ci portano a rimanere curvi e imprigionati in noi stessi – verso la Croce su cui Cristo è innalzato per ognuno.
Con Lui e attraverso Lui, entreremo «nei confini del suo santuario, questo monte che la sua destra si è acquistato» (Salmo 78 [77], 54).
di Mattia Arleo
ESERCIZIO PER L’ANIMA
Siamo disposti a spostare lo sguardo dalle nostre paure, dai nostri fallimenti, dai nostri errori verso Cristo che, attraverso la Croce, ci ha liberati per l’eternità?
PREGHIERA
Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.
Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.
Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.
Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore.
Salmo 77