LEGGO IL TESTO
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
Liturgia della Parola: https://www.lachiesa.it/calendario/20260118.html
MI LASCIO ACCOMPAGNARE NELLA MEDITAZIONE
Nel tempo della visibilità, della ricerca spasmodica della fama, della celebrità e della notorietà, l’invito ad essere “luce delle nazioni” potrebbe risultare molto allettante.
Quanti di noi vorrebbero accecare il mondo con la propria immagine, con il proprio pensiero, con il proprio modo di fare!
Quanti di noi vorrebbero avere un attimo di celebrità!
E pare che, soprattutto con lo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione, si sia davvero realizzata la previsione di Andy Warhol che nel 1968 affermava: “Nel futuro, tutti saranno famosi per quindici minuti”.
Dobbiamo ammettere la nostra ipocrisia nel provare quel senso di disappunto quando, ad esempio, nell’odierno panorama politico nazionale o internazionale, apprendiamo di un certo modo “narcisistico” ed egocentrico di fare politica, tutto incentrato sull’ “immagine” del “potente” di turno che viene additato o come “salvatore” o come “distruttore”. In fin dei conti, ciò che contraddistingue il vertice delle cose è perfetta espressione di un male più profondo che interessa ciascuno di noi, piccole cellule della nostra società.
Anche il cristiano, molte volte, è preso dalla smania della notorietà.
Peggio ancora quando essa è ambizione di salvare il mondo con le proprie forze per dimostrare al mondo di essere “qualcuno”!
Peggio ancora quando essa è bramosia di essere a tutti i costi “qualcuno” nella Chiesa!
Non è certamente questo il compito che Dio ha in mente quando dice: “Io ti renderò luce delle nazioni”. Questo primo desiderio del Padre, infatti, è correlato a quello immediatamente successivo: “perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. Dunque, non un invito a riflettere sul mondo la nostra immagine, bensì quello di portare al mondo la “salvezza” che può venire solo da Dio.
Non bisogna mai sganciare questo invito dall’affermazione iniziale riportata nel passo di Isaia: “Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”. La nostra opera, dunque, non è per noi stessi, ma per Dio. Guai a noi se agissimo nella Chiesa e nel mondo con lo scopo di servire noi stessi e per dare a noi stessi un attimo di celebrità!
Probabilmente, le cose non funzionano perché abbiamo iniziato ad interpretare in maniera distorta il compito che ci viene affidato, quasi come se tutto, o grossa parte del tutto, dipendesse da noi.
Al contrario, il Salmo 39 (40) ci ricorda che: “Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo”.
Quanto è difficile fare la volontà di Dio!
Sì, è difficile perché tale missione ci costringe a spogliarci delle nostre pretese e aspettative sugli altri, sul mondo, sulla Chiesa!
Tuttavia, il tempo che stiamo attraversando ha bisogno proprio di questo: di meno eroi e di più servitori della volontà di Dio! Di meno chiasso e di più silenzio! Di meno frenesia e di più contemplazione!
Anche Paolo ci ricorda che non siamo santi per i nostri meriti, ma “per chiamata”. Possiamo sforzarci al massimo delle nostre forze e possibilità, ma saremo santi solo e soltanto per la grazia che ci viene donata da Dio!
Il nostro primo compito, quindi, non è “salvare” il mondo, ma cercare la volontà di Dio, conoscerla, riscoprire la Sua chiamata e, dopo aver fatto questo, operare nel mondo con uno sguardo nuovo su di esso.
Senza questo passaggio preliminare, saremmo come coloro che, seppur in buona fede, si ostinano ad agire ritenendo che la salvezza verrà dall’aver agito, indipendentemente da come lo si è fatto.
Invece, sempre il Salmo 39 (40) ci ricorda che il Signore Dio non “gradisce” “sacrificio e offerta” e non ha chiesto “olocausto né sacrificio per il peccato”. Ciò che si aspetta da noi è, in primo luogo, “andare a Lui”, perché solo andando a Lui possiamo compiere la Sua volontà e non la nostra. “Allora ho detto: «Ecco, io vengo»”.
Ce lo insegna anche Giovanni il Battista che, al vertice della sua notorietà, non si ostina nel conservare il centro della scena, ma vedendo Gesù venire verso di lui riconosce in Lui, con fermezza, il vero e unico salvatore: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”.
Il Battista ha agito perché prima aveva contemplato Dio e cercato la Sua volontà. Spogliatosi di tutto e soprattutto delle sue pretese e aspirazioni, era ormai consapevole che dopo di lui sarebbe venuto un uomo “che era avanti” a lui.
Giovanni non profetizza per avere notorietà, né tantomeno con la pretesa di salvare lui solo il mondo. Profetizza e battezza, invece, perché Gesù – e Lui solo – venga manifestato al mondo.
Nel corso del Giubileo della Speranza che si è da poco concluso, sono stati canonizzati due grandi e giovani testimoni della fede: Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis. Del primo è nota l’espressione “Verso l’Alto”; del secondo, l’espressione “Non io ma Dio”.
Essi, dunque, sintetizzano perfettamente le direttrici su cui dobbiamo muoverci se vogliamo davvero il bene della Chiesa e del mondo.
La prima: andare sempre verso l’Alto, non per fuggire dal mondo ma per contemplare Dio e cercare costantemente la Sua volontà e poter così operare nel mondo con un fare nuovo che non è più il nostro ma quello di Dio.
La seconda: non porre mai al centro del proprio agire l’ “io”, bensì Dio, con la consapevolezza che il peso del mondo, le sue contraddizioni, i suoi mali, le conquiste di bene non gravano sulle nostre spalle e non dipendono dalle nostre forze, ma sono sulle spalle di Cristo crocifisso, Agnello di Dio che viene a salvarci.
A noi, servi inutili, il compito di “ritirarci dalla scena” per abitarla in modo nuovo, come il Battista, ossia mettendo al centro il Cristo, affinché venga manifestato al mondo il Suo messaggio di salvezza.
di Mattia Arleo
ESERCIZIO PER L’ANIMA
Ci sono, nel mio quotidiano, occasioni in cui mi sento al centro della scena e ho la pretesa di dominarla?
Sono disposto, nel mio piccolo, a lasciare il centro della scena a Gesù?
PREGHIERA
Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.
Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».
Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.
Salmo 39