LEGGO IL TESTO
Dal Vangelo secondo Matteo 21,1-11
Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”».
I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».
Liturgia della Parola: https://www.lachiesa.it/calendario/20260329.html
MI LASCIO ACCOMPAGNARE NELLA MEDITAZIONE
Oggi tutto converge verso una scena immensa: la crocifissione e la morte di Gesù.
La lunga pagina del Vangelo ci fa capire, passo dopo passo, che Egli non offre soltanto qualcosa di sé, ma tutto sé stesso, e che non sono i suoi carnefici a decidere il suo destino, ma è Lui che liberamente sceglie di donarsi. La sua, quindi, non è una vita strappata, ma una vita consegnata.
E Gesù si consegna a uomini fragili. Attorno alla tavola che era stata imbandita poco prima ci sono Giuda che lo tradirà, Pietro che dirà di non conoscerlo, gli altri discepoli che fuggiranno nel momento della prova.
In quella scena ci siamo anche noi: spesso ingabbiati nelle nostre paure, segnati dalle nostre fragilità, pronti a cedere alle seduzioni del peccato.
Eppure, il Maestro non ritratta e non aspetta che coloro a cui si offre diventino migliori. Dice semplicemente: «Prendete e mangiate».
Questo rivela qualcosa di decisivo: l’amore di Dio non nasce dalla nostra perfezione, ma dalla sua gratuità.
Gesù non salva il mondo con una teoria, ma con una vita donata: un corpo che si spezza e un sangue che si versa. Per questo la Passione non è soltanto il racconto di una sofferenza, ma la storia di un amore che si dona fino alla fine.
Il profeta Isaia aveva profetizzato questo dono radicale: «Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia agli insulti». Si può notare, infatti, che non c’è rassegnazione in queste parole, ma libertà: la libertà di chi sceglie di amare anche quando l’amore costa.
Ed è sulla croce che questo amore si manifesta in modo totale.
Gesù viene spogliato, umiliato, esposto agli sguardi e alla violenza. Rimane nudo, con le sue ferite visibili. Non nasconde le piaghe, non copre la propria vulnerabilità.
Noi, invece, abbiamo paura delle nostre ferite. Le copriamo, le nascondiamo, a volte le rivestiamo con abiti eleganti: il successo, l’immagine, il ruolo, la sicurezza apparente. Ma sotto questi abiti esse restano: fallimenti, sensi di colpa, solitudini, fragilità che non vogliamo mostrare a nessuno.
Il crocifisso, invece, rivela che le piaghe di Cristo diventano il luogo in cui Dio incontra le nostre.
Per questo il Cristo della croce non ci chiede di nascondere le ferite, ma di portarle alla luce.
Davanti a Dio non servono maschere. Non servono abiti di prestigio. Davanti a Lui possiamo stare come siamo: poveri, fragili, segnati.
Questo è ciò che ci insegna quell’uomo appeso alla croce, fragile, spezzato, ferito, morente.
È proprio così che accade il miracolo della salvezza. Perché le piaghe di Cristo non sono solo segni di dolore: sono porte aperte. Dentro quelle ferite l’uomo può scoprire che il suo male non è l’ultima parola. Dentro quelle ferite può scoprire che è amato.
La croce, allora, diventa lo specchio della nostra verità: siamo feriti, sì, ma non rifiutati. Siamo fragili, ma non abbandonati.
Nessuna ferita dell’uomo è troppo profonda perché Dio non possa abitarla con il suo amore.
In questo si apre il grande paradosso cristiano: le piaghe mortali diventano la porta della vita.
San Paolo afferma questa verità con forza: «Umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte, e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò». La risurrezione, quindi, nasce anche dalla capacità di accettare le proprie ferite, i propri limiti, la propria fallibilità, la propria imperfezione.
Questo è il primo passo per trasformare la nostra fragilità in un varco di luce.
Gesù si consegna a uomini fragili perché sa che proprio dalla fragilità può nascere qualcosa di nuovo: Pietro diventerà la roccia della Chiesa, e gli apostoli impauriti diventeranno annunciatori coraggiosi. Allo stesso modo anche le nostre ferite, se affidate a Dio, possono diventare segni di luce e luoghi di vita nuova. Le piaghe di Cristo non sono solo dolore, ma finestre d’amore, tramite cui Dio trasforma il nostro limite in forza, la nostra fragilità in vita.
di Mattia Arleo
ESERCIZIO PER L’ANIMA
E allora la domanda rimane aperta anche per noi: siamo disposti ad accogliere le nostre ferite e i nostri limiti e affidarli a Dio perché li trasformi da segni di morte in luoghi di vita nuova?
PREGHIERA
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».
Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.
Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.
Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d’Israele.
Salmo 21